«Finalmente me ne vado in pensione!» avevo detto a tutti.
Dopo tutte le missioni all’estero -Afganistan, Iraq, Siria, Iran – non ne potevo più di quella vita. Sempre chiuso in cubicoli bui a respirare aria condizionata che puzzava di circuiti surriscaldati, sudore e caffè rancido. Avevo passato dieci anni a guardare il mondo con gli occhi elettronici di un UAV, sigla che sta per “trabiccolo  volante pilotato a distanza da un povero disgraziato che cerca di mettere insieme i soldi della pensione”.

La pensione se n’era andata quasi subito.
Il vortice della crisi si era ingoiato i risparmi di tutti in uno dei tanti mercoledì, giovedì, venerdì, tutti neri e grondanti sfiga. Quell’anno era passato rapido come un temporale estivo dando una bella strizzatina alle palle del capitalismo mondiale lasciando tutti quelli come me senza un soldo. Così ero ritornato con un joystick in mano a pilotare droni armati, ma questa volta non avevo bisogno di andare dall’altra parte del mondo per guadagnarmi il pane.

Ero riuscito a beccarmi un contratto a tempo con una società privata della mia città a cui era stato appaltato il servizio di sorveglianza delle coste. Questo significava lavorare con droni dismessi dalla Marina. Catorci che avevano almeno venti anni sul groppone e la tendenza a disintegrarsi in atterraggio. La cosa positiva era che solo i vecchi reduci come me sapevano come tenere su quegli arnesi, perciò era uno dei pochi lavori dove non era necessario essere giovani e stupidi.
Il mio incarico era abbastanza monotono, dovevo sorvegliare le coste con lunghi e noiosissimi voli di ricognizione sopra il canale di Sicilia alla ricerca dei barconi di clandestini. Quando ne avvistavamo uno, chiamavamo la Guardia Costiera. Loro mandavano una motovedetta nella posizione che gli indicavamo e  trainavano il barcone verso uno dei tante piattaforme dii raccolta per profughi. La solita routine. Si fa di peggio per novecento NuoveLire al mese.

Quando cambiò il governo, quelli che salirono al potere promisero al paese una soluzione definitiva contro gli immigrati clandestini (sfuggiti da guerre, cambiamenti climatici e pestilenze causate da noi stessi) e la classica tolleranza zero.
Cosa significasse noi piloti dei droni ce ne rendemmo conto solo sul campo. Prima di tutto cambiarono le direttive. Non bisognava più avvisare la Guardia Costiera ma chiamare un misterioso numero di cellulare e sarebbe arrivato del personale esterno per “gestire” la situazione.
Il personale esterno era sempre una tizia alta, bionda con l’aria da valchiria e il corpo indurito da qualche arte marziale. Arrivava sempre da sola, con un grosso fuoristrada nero  e una valigetta di metallo. Fu soprannominata la “nazistona” dal mio collega della consolle accanto. Sospetto fosse semplicemente la ragazza delle commissioni di uno dei tanti servizi segreti.
La “nazistona”  si metteva nella postazione di comando del drone che aveva avvistato il barcone e ci faceva uscire tutti dalla stanza “a prendere un caffè”. Quando tornavamo lei se n’era già andata e i droni in missione volavano in automatico su rotte circolari.
Del barcone non c’era più traccia.
Un giorno mentre ero in volo, giocherellando con la seconda torretta della telecamera di backup, notai al margine del campo visivo, qualcosa che non doveva esserci: la spoletta di prossimità pitturata in giallo di un missile a guida laser appeso alla lunga ala del drone.
La volta successiva prima di chiamare la “nazistona” programmai il drone in modo che ritornasse alle coordinate dell’ultimo avvistamento.
Quando la bionda se ne andò, aspettai qualche minuto e la telecamera ritornò dove ci sarebbe dovuto essere il barcone.

Così vidi quello che lascia un uccello da preda dopo lo scempio. Sul mare al tramonto galleggiavano corpi e relitti a decine. Con una zoomata notai una testa che si muoveva ancora. Andava sotto per un secondo poi risaliva.
Su.
Faccia mediorientale. Forse un iraniano che fuggiva dal fallout radioattivo. Ce n’erano a migliaia che cercavano la salvezza in Europa.
Giù.
Su.
Doveva essere un buon nuotatore per essere riuscito a resistere.
Giù.
Non sarebbe sopravvissuto a lungo con l’acqua a quella temperatura.

Lottò disperatamente per una decina di minuti poi qualcosa di grosso e bianco lo nascose. Allargai l’inquadratura. Era un grande yacht pieno di gente che trainava un gommone che doveva servire per il trasbordo degli ospiti.
Sembrava che sulla lussuosa barca ci fosse una specie di rave. Tutti ballavano e bevevano mentre la barca attraversava il mare ingombro di relitti. Alcuni di loro indicavano i corpi e ridevano, la torretta del drone conteneva sensori così sofisticati che anche con quella poca luce riuscivo a distinguere i denti bianchi e perfetti degli invitati.

Sullo scafo della barca campeggiava un indirizzo internet; ne presi nota. Era il sito di un’agenzia turistica che organizzava escursioni e feste su barche di lusso. Tra le foto dei proprietari c’era anche la “nazistona”.

Che c’era di meglio di fare la cresta sul lavoretto sporco dei padroni? O di vendere il biglietto per vedere come muoiono i poveracci? In fondo è guardando la morte da vicino che ci si sente più vivi.
Prima si guarda l’ira dell’occidente scendere fiammeggiante  dal cielo e poi si balla, si ride, si beve sino all’alba. Il baccanale  dopo il sacrificio umano per una nuova sanguinaria religione.
Ecco perché la bionda, prima di arrivare con la valigetta per lanciare i missili, chiedeva le coordinate GPS dell’obiettivo.

La volta successiva chiamai la bionda e aspettai l’arrivo dello yacht bianco.
Senza esitazioni puntai sul tender della barca bianca la telecamera col designatore laser. Sul barcone dei profughi puntai l’altra telecamera, quella di backup che non usavamo quasi mai. Dietro la consolle invertii i cavetti dei due monitor, in modo che in quello principale si vedesse il barcone dei profughi, apparentemente inquadrato nel reticolo di mira. Poi spensi l’altro dove si vedeva lo yacht sul quale impazzava il rave. Dissi  al tecnico di sala che il monitor era guasto.

Come sempre la “nazistona” ci fece uscire dalla stanza, ma dopo una decina di minuti ne uscì pallida e sconvolta:
«Bastardo. Me li hai fatti ammazzare tu… » mi disse sibilando tra i denti per non farsi sentire dagli altri.
«Se hai lasciato tutto come stava, si sono presi solo un bello spavento e il missile ha affondato il gommone vuoto. Il peggio che ti succederà sarà una brutta recensione su internet e nessuno vorrà più venire alle vostre festicciole.»
Quella sera stessa partii con un’altra identità sul primo aereo per Stoccolma.

Ero già un’altra persona: un azzimato esperto di robot con un nuovo contratto. Oggi lavoro con una ONG svedese: via internet guido un robot sminatore che bonifica un pezzo di Congo dagli ordigni che l’Occidente generoso aveva regalato a qualche dittatore locale. L’altro giorno un giovane leone s’è messo davanti alle telecamere per un bel po’.
Aveva due grandi occhi curiosi.

Marco Pagot

Ha studiato lingue orientali, è esperto di cucina giapponese e ikebana. Da sempre appassionato di anime, manga e fantascienza cyberpunk, pubblica racconti di fantascienza dall’età di diciassette anni. Il suo vero nome assomiglia a quello del protagonista di un film Miyazaki ma è solo una coincidenza.