Piccolino mio, ti sento. Sento che stai crescendo dentro di me. Come un seme nella notte invernale. Per ora sei solo un soffio caldo e delicato, una brivido lungo la schiena.
In questa immensa astronave, ogni giorno che passa ti sento sempre più forte. Per ingannare il tempo guardo dall’oblò della mia cabina queste stelle che ruotano nella loro giostra senza fine. Un giorno i tuoi occhi si apriranno pieni di meraviglia su questo spettacolo, e ti sentirai come mi sento io, piccola, sperduta e, allo stesso tempo sopraffatta dalla meraviglia, annichilita dalla vastità dello spazio interstellare che scorre intorno all’astronave. Un fiume di oscurità punteggiato dai bagliori del cielo stellato. Rimango sempre senza fiato di fronte a questo spettacolo. Ore e ore a persa nei miei pensieri che vagano per le stelle

Ora lo so, piccolo mio, che ho pagato un prezzo troppo alto per tutto questo quando ho rinunciato a una vita normale per partecipare alla prima missione interstellare dell’umanità. Per essere in questo vascello spaziale quando l’uomo avrebbe varcato la porta delle stelle.
Non ho mai avuto rimpianti per quello che lasciavo. No, non è il momento ora. Non adesso. Così dicevo a me stessa e al mio partner del momento. Il rimpianto mi raggiunse solo quando era ormai troppo tardi. Ad esempio dopo la missione di Ganimede, dopo aver attraversato quella terribile tempesta solare. Niente più figli, mi dissero. I gameti erano compromessi dalle radiazioni: il rischio di partorire un mostro deforme era troppo alto. Non avevo mai pensato di lasciare i miei ovuli nella crio-banca, nonostante sapessi che col mestiere di astronauta c’era sempre quel rischio. Avevo rimandato una volta di troppo. Era troppo tardi anche quando, alle celebrazioni della partenza della “Aurora”, nessuno m’invitò a ballare, nemmeno il medico di bordo che riusciva a essere stato galante con tutte.
Io ero sempre e solo la mia mansione di bordo: la xenobiologa, la bruttina sempre chiusa nel modulo laboratorio che maneggiava faccende strane, come le spugne mobili degli oceani subglaciali di Europa, o le nubi semi-organiche di Saturno. Una catalogatrice di cose schifose o vagamente ripugnanti, un essere schivo che aveva finito per assomigliare alle sostanze che maneggiava: qualcosa intagliato in un legno secco e rugoso che non meritava un secondo sguardo. Il mio laboratorio era l’antro della strega.

Feci finta di non curarmene perché pensavo fosse troppo tardi. Accolsi la fine della lunga accelerazione per uscire dal sistema solare con sollievo: nelle celle di ibernazione non si provano rimorsi o rimpianti.

Quando i sistemi automatici ci risvegliarono eravamo arrivati a Delta Pavonis. Il viaggio a velocità relativistica era durato vent’anni.
Sapevamo già cosa ci aspettava quando ci immettemmo in un’orbita interna: un sistema composto da una stella della classe G, simile al Sole, sette pianeti, dei quali due giganti gassosi e uno, il terzo, che era la nostra meta.

Grazie agli specchi lunari di Dark Side, sapevamo che era più piccolo della Terra, ma dotato di un’atmosfera e di una biosfera. Non c’era nessun dubbio su cosa significasse quel picco nelle spettrografie: era vita basata sul carbonio e probabilmente DNA e RNA. I diagrammi del telescopio di Dark Side non davano nemmeno lontanamente l’idea dell’immensa varietà di forme di vita che trovammo su Pavonis 3.
Ero talmente eccitata di fronte all’abbondanza di nuovi misteri da risolvere, che mi dimenticai di tutto. Mi bastava tutta quella nuova vita aliena per dimenticare la mia condizione di persona emarginata, senza nient’altro che il proprio lavoro. Ricordo le prime settimane come uno strano sogno pieno di scoperte meravigliose: gli Aquiloidi Striati o i sorprendenti Bicefalonti che comunicavano tra loro con le appendici luminose.

Poi scoprimmo gli Iikrii.

Ci affezionammo subito a loro, forse perché ci ricordavano i lemuri della terra con la loro morbida pelliccia, i grandi occhioni languidi e la loro insaziabile fame di frutti dolci. Gli Iikrii (li chiamammo così per il verso di saluto che emettevano) erano molto di più che teneri animali da compagnia. Col tempo scoprimmo che avevano sorprendenti capacità di apprendimento, un linguaggio e l’abilità di realizzare rudimentali manufatti. Si erano persino dotati di una specie di organizzazione sociale che permetteva loro di vivere in grandi collettività insediate nelle immense dighe, da loro stessi costruite per sfruttare alcuni fiumi.
Su di loro e sul mistero inspiegabile della loro intelligenza concentrai la mia attenzione.
Le dimensioni del cervello di questi animaletti, alti non più di una ventina di centimetri, non erano tali da giustificare comportamenti intelligenti. Fonte di continui interrogativi era la straordinaria capacità degli Iikrii di guarire da ferite, malattie e altri danni che avrebbero condotto alla morte qualunque vertebrato superiore. Erano praticamente eterni, senza segni di invecchiamento. Forse per questo il loro indice di natalità (potevano essere definiti degli ovovivipari con due sessi) era molto basso.

Decidemmo di considerare la specie degli Iikrii senziente e li chiamammo il Popolo delle Dighe. Era la prima civiltà extraterrestre che incontravamo e io mi dedicai con ulteriore impegno allo studio della loro biologia. Ero affascinata, più di tutto, dal loro magnifico sistema immunitario e del meccanismo di rigenerazione dei tessuti. Pensavo che se avessi scoperto il loro segreto, forse anche l’umanità ne avrebbe beneficiato.

Magari, egoisticamente, pensavo a me stessa. A un’altra occasione.
Ben presto quell’occasione si presentò sotto forma della Guaina Protoplasmatica, il sottile strato di cellule dal DNA differente, che allignava nella spina dorsale degli Iikrii. Era quella l’origine di tutti i benefici. Una guaina che avvolgeva completamente il sistema nervoso di quella specie. Pensai a una specie di parassita, un ospite, quanto mai desiderabile, che eliminava ogni patologia, eliminando nel frattempo ogni processo d’invecchiamento. Esaltata da quella scoperta provai il protoplasma su tessuti terrestri, su cavie da laboratorio e infine su alcune porzioni clonate di tessuti umani.

E funzionò.

Il protoplasma ringiovaniva i tessuti e riparava i danni in maniera miracolosa.

Era quello dunque il segreto. L’evoluzione aveva portato le due specie di Delta Pavonis a stringere un fortissimo sodalizio simbiotico. Gli Iikrii fornivano un supporto che dava protezione, nutrimento e mobilità, mentre il protoplasma aveva cura del suo ospite rendendolo sano e longevo. Per questo motivo la società degli Iikrii era così pacifica e stabile. Morte e malattia ne erano bandite grazie all’intervento microscopico del protoplasma che albergava in ogni Ikrii del Popolo delle Dighe.
Allora abbandonai ogni cautela e senza dirlo a nessuno sottoposi me stessa agli effetti del miracoloso simbionte.

Ben presto vidi in me la miracolosa regressione dei danni ricevuti dalla vecchiaia e dalle radiazioni dello spazio. La pelle ritornò elastica e liscia, i muscoli nel giro di poche settimane diventarono quelli di una ragazzina. Persino i miei lineamenti cambiarono, ritornando quelli di una volta.

Anche il medico di bordo se ne accorse e iniziò a farmi una corte spietata nei corridoi della nave. Ripresero persino le ovulazioni e questa volta i gameti risultarono integri. Volendo avrei potuto concepire un bambino normale, anzi migliore degli altri perché da me avrebbe ricevuto il protoplasma miracoloso che lo avrebbe reso immune a ogni malattia.

Troppo tardi arrivai alla terribile scoperta.

Durante la TAC Olografica, per scoprire le attività elettriche della testa degli Iikrii, mi resi conto che l’attività mentale non avveniva nel loro cervello, ma solo nella sottile guaina protoplasmatica che l’avvolgeva. Feci prove su prove, e iniziai a sentire crescere in me un nero e cupo terrore.

Ogni prova sperimentale, ogni analisi, ogni modello matematico e tridimensionale dava lo stesso risultato: non era il bipede ovoviviparo la specie senziente, ma il protoplasma stesso che si impadroniva del suo ospite e lo muoveva come una marionetta. Per mesi, dopo la partenza da Delta Pavonis, mi sono detta che un essere umano ha un cervello ben più complesso di quello del piccolo e tenero Iikrii. Mi ripetevo, che no, il protoplasma non stava vincendo la sua partita dentro di me.

Ma oggi sento che stai guadagnando terreno. Alcuni ricordi svaniscono. A volte ho la sensazione che dentro la mia mente si stia svolgendo una specie di dissolvenza. Come un Bolero al contrario, che sfuma verso il silenzio. Ho iniziato a pensare che forse finirai per vincere e ti impadronirai del mio corpo come se fosse un burattino Iikrii.
Ho deciso di lottare, piccolo mio. Per te e per me. Ho già raccontato tutto al capitano e lui mi ha promesso che farà sparire il mio corpo nella torcia termo-nucleare che spinge la nave nella rotta di ritorno verso la Terra. Succederà davvero, se un giorno lui non mi riconoscerà più o se non apparirò più umana agli esami della TAC Olografica.
Ora, mentre sento il tuo tocco infantile che gioca con il mio pensiero, ti prometto che mi difenderò con ogni mezzo dal tuo primigenio istinto di distruzione.
Questa è una casa che possiamo condividere insieme. Dobbiamo negoziare una nuova simbiosi. Piccolo mio, per questo ho deciso di aspettarti dietro il bastione più potente della mente femminile: il suo istinto materno. Perché forse un giorno non vorrai ritrovarti da solo in questo luogo alieno e ostile. Con queste stelle davanti agli occhi che potrebbero essere l’ultima cosa che vedrai. Piccolino.
E forse non mi ucciderai quando verrai al mondo.

Tadako Okada

In un’altra vita produttrice di manga e sceneggiatrice. Da otto anni vive in Italia in una città sul mare della quale adora la cucina tipica e la totale assenza di eventi sismici. Disegna acquarelli di gabbiani e il suo nome letto in un certo modo diventa un palindromo