Il direttore e il personale del Centro per le Alte Energie e le Particelle Superpesanti di Ginevra accolsero il giovane ricercatore indiano  con un caloroso benvenuto. Dopo anni di gavetta all’università di Calcutta, Samir Shergill ancora non riusciva a credere di aver ottenuto il posto di assistente del professor Fisher, il Nobel per la fisica nonché la mente più brillante dell’intero pianeta. Per Shamer il professor Fisher era come un semidio: l’uomo che frantumava le particelle e ne svelava ogni segreto; l’uomo che nell’acceleratore di Ginevra era riuscito a domare le forze dell’universo, ma soprattutto colui che era riuscito a creare un buco nero quantico e a immobilizzarlo in un campo magnetico.
Tutti i giornali avevano parlato di quell’esperimento, quando, qualche anno prima Fisher era riuscito a far collassare su se stesso  un atomo di Afnio fino a che non aveva formato una singolarità gravitazionale, dalla quale nemmeno la luce poteva sfuggire.
La Singolarità di Ginevra, l’avevano definita i giornali, ma tra i fisici tutti la chiamavano “il buco di Fisher”. E ora, senza che l’avesse chiesto, il giovane ricercatore quasi commosso, li aveva davanti entrambi, Fisher, un ometto calvo dall’aria gioviale e con un paio di enormi occhiali fuori moda di celluloide, e il suo buco nero, visibile solo nell’ologramma come un reticolo luminoso deformato al centro, come un plaid a quadri dove qualcuno avesse posato una sferetta di piombo.
-E’ lui?- riuscì a dire con voce rotta dall’emozione indicando l’ologramma
Il professor Fisher annuì, con il sorriso orgoglioso del padre che mostra il pargolo.
-E’ bellissim….
In quel momento risuonò un allarme. “ATTENZIONE. ERRORE NEL SISTEMA DI CALIBRAZIONE DEL CONFINAMENTO DELLA SINGOLARITA’” disse calmissima la voce femminile del computer.
-Cielo! –esclamò il professor Fisher trafelato– Presto Samir, vada a quella postazione e faccia quello che le dirò! Io reinserisco i dati nel sistema!
Samir nei  concitati momenti che seguirono, eseguì  scrupolosamente tutti gli ordini  che il professor Fisher gli gridava dall’altra parte della sala di controllo. 
Tutto sembrò tornare normale: l’allarme si spense e il computer smise di annunciare con voce sensuale l’approssimarsi della fine del mondo. 
Perché di quello si trattava. 
Se la singolarità fosse sfuggita al sistema di confinamento, sarebbe precipitata verso il centro della Terra attraversando la massa del pianeta come se fosse  burro fuso, mettendosi ad  oscillare intorno al centro gravitazionale. Durante le oscillazioni avrebbe cominciato ad ingoiare materia. Avrebbe finito per divorare tutto il mondo dall’interno con insaziabile appetito. A un certo punto le terribili maree gravitazionali causate da quel buco nero sempre più massiccio,  avrebbero sbriciolato i continenti e tutti i loro abitanti. La Terra sarebbe diventata nell’arco di poco tempo una nube di materia informe, da consumare con più calma.
Gli occhi di entrambi corsero verso l’ologramma del reticolo al centro della sala. Al centro del reticolo luminoso non c’era più la deformazione che indicava la presenza della singolarità.
-Dio mio…- mormorò il professor Fisher.
-……- implorò Samir in indostano.
Lo sguardo furente di Fisher si fissò sul povero Samir:
– Le avevo detto 10 alla 12 gauss nel variatore. Si rende conto di quello che ha fatto? Lei ha ucciso il pianeta.
-Ma… io avevo capito… lei mi aveva detto… 10 alla 10… oh Parvati… cos’ho fatto! 
La mente matematica di Samir iniziò subito a calcolare. Digitò qualche cifra sul suo tablet.
– … questo significa che abbiamo 475 anni, 4 mesi, 12 giorni e 4 ore prima che il mondo venga disintegrato dal buco nero. Oh dea, perdonami.
Fisher si avvicinò all’interfono:
-Ha sentito tutto Williamson?
-Sino all’ultima cifra. Il ragazzo è in gamba ed è maledettamente veloce: è quello che ci andato più vicino, solo quattro ore di scarto, e senza un supercomputer.- disse una voce allegra dall’altoparlante.
Il professor Fisher sorrise:
-Samir, deve perdonarci lo scherzo. Lei non ha lasciato cadere un buco nero al centro della Terra. Abbiamo organizzato tutto per vedere come se la cavava con i numeri e per farci due risate alle sue spalle.
E difatti dall’interfono proveniva un coro di risate sguaiate. Samir quasi svenne  per il sollievo. Mentre rideva anche lui si ricordò che quello era il primo di aprile.
L’ologramma del reticolo al centro della sala si trasformò e prese la forma di un pesce stilizzato che galleggiava a mezz’aria.
– Ci sono cascato in pieno vero? – Domandò ancora sorridendo –  Ma perché Williamson ha detto che i miei calcoli erano sbagliati di quattro ore?
L’espressione del professor Fisher ritornò seria.
– Lei non ha sbagliato i calcoli. E’ solo che… si ricorda il professor Retief?
– L’astrofisico che si è suicidato l’anno scorso?
– Proprio lui. Un anno e tre mesi fa Retief stava facendo alcuni esperimenti con la singolarità e…
– E… ?
-… e ha tarato male il campo di confinamento.
– Mi sta dicendo che in questo momento c’è un buco nero al centro della Terra che da un anno e tre mesi la sta divorando dall’interno?
-Un anno, tre mesi e undici giorni  per la precisione.
-Oh…ma allora bisogna avvertire tutti. I politici, le autorità religiose, la gente. La fine del mondo arriverà tra meno di cinquecento anni. Dobbiamo prepararci. Magari unendo le forze di tutta l’umanità…
– I politici li abbiamo già avvertiti. Lei ha mai visto un politico preoccuparsi per qualcosa che non avverrà nella sua legislatura? Ci hanno proibito semplicemente di dirlo a chicchessia. Benvenuto nel ristretto circolo di coloro che conoscono la data della fine del mondo.

Marco Pagot

Ha studiato lingue orientali, è esperto di cucina giapponese e ikebana. Da sempre appassionato di anime, manga e fantascienza cyberpunk, pubblica racconti di fantascienza dall’età di diciassette anni. Il suo vero nome assomiglia a quello del protagonista di un film Miyazaki ma è solo una coincidenza.