L’uomo singhiozzava sommessamente. Se non fosse stato per quel pianto infantile sarebbe sembrato una statua di ghiaccio, con quel pastrano incartapecorito e coperto di neve.
Il vento gelido portava i suoni del bosco attutiti dalla neve e ogni tanto lo schiocco secco del Tokarev di un cecchino russo.
«Quello che resta della Divisione Julia è passato attraverso la breccia di Nikolajewka. Se non fosse per questi maledetti cosacchi saremo già a Schebekino. Ma tu non hai più voglia di andare eh?»
Orso guardava il poveretto che piagnucolava sotto il pastrano dell’Armir.
«Ti aiuto io, devi solo trovare la forza di alzarti, la ferita agli occhi guarirà,» mentì Orso.
«Sssono cieco?»sussurrò l’altro.
«E’ solo una benda, per proteggere gli occhi.»
«Perc… cch… ché c’è così freddo?»
«E’ l’inverno russo. Ricordi? Te l’ho già spiegato: steppa, vittoriosa guerra contro la Russia comunista. Il Don, le scarpe rotte e le munizioni difettose. Meno venti sotto zero. Ci sei in mezzo. Uno shrapnel russo ti ha accarezzato la faccia. Sei volontario? Tipo camicia nera o cose simili?»
«Cosa? Io sono un calciatore! Una punta! La migliore del campionato! Stavo prendendo la mia Lamborghini dal parcheggio. Poi è diventato tutto nero. Cosa ci faccio qui?»
Orso sogghignò.
«E’ il delirio, amico mio. La febbre. Ho visto un sacco di gente come te. Persino uno che si credeva Amedeo Nazzari. Diceva di essere “Luciano Serra pilota” ed è rimasto tutta la notte dentro una vasca con un manico di scopa in mano. L’abbiamo trovato morto come un baccalà. Quando si dice volare in cielo. Ridimmi cosa saresti tu?»
«Che scherzo è? Io cieco? Russia? Chi è Amedeo Nazzi?» l’uomo fece per alzarsi, ma crollò subito.
«Hai un principio di congelamento. Altro che scherzi,» osservò Orso aiutandolo a sedersi nuovamente sulla neve, con le spalle alla staccionata.
«Sono stufo di te, ho cercato di spiegarti come stanno le cose mille volte. Tu non sei un calciatore famoso. Non vieni da un posto dove tutti sono felici e guardano dentro una cosa che si chiama “Scai” la gente che gioca a pallone e guadagna milioni. Se vuoi sopravvivere dovrai dimenticarti di queste sciocchezze e io ti darò una mano a cercare un’isba. Magari qualcuno avrà pietà di te. Sennò puoi scegliere tra il vento della steppa e i cosacchi. Io me ne vado.»
L’uomo non rispose, ricominciò il suo pianto sommesso.

Orso non aveva freddo. L’ultima volta che aveva sentito freddo era stato durante quella maledetta ritirata dell’Armir. Era lì che aveva lasciato gli alluci, durante la massacrante marcia dopo lo sfondamento di Nikolajewka. Amputati in un lurido ospedale da campo per impedire la cancrena. Era tornato in Italia zoppicante e pieno di rabbia.
Da quel momento l’unico suo pensiero era stato quello di finirla con tutte quelle balle di gloria e avanzate vittoriose. Era andato alla macchia per combattere i fascisti, ma la sua guerra non era durata molto. Durante un rastrellamento l’avevano preso.
Nel campo di concentramento di Flossenbürg, durante il rigido inverno dei Sudeti andava di moda far correre i prigionieri a piedi nudi sulla neve. Quando cadevano le guardie li rinfrescavano con un idrante per liberare qualche branda con la polmonite. Ma Orso non cadeva.Continuava a correre come se stesse ancora andando verso il miraggio il treno che aspettava a Schebekino. Sempre con la stessa rabbia.
Un medico delle SS cercava prigionieri che sopportassero il freddo. Dopo Stalingrado la Wermacht aveva capito che bisognava cambiare anche i soldati. Il dottore selezionò Orso per i suoi esperimenti e da quel momento iniziò il vero incubo. Iniezioni, vasche piene di ghiaccio e infine quel sarcofago in una grotta delle Alpi austriache.
I nazisti lo dimenticarono lì alla fine della guerra, come una statua di ghiaccio.
Quando il riscaldamento globale sciolse il ghiacciaio sopra la grotta, le strane sostanze cristallizzate da settanta anni nel sangue di Orso ripresero a scorrere e il cuore ritornò a battere.

Orso era sceso a valle coperto di stracci e per mesi aveva trovato rifugio nei boschi convinto ancora di dover sfuggire ai tedeschi vittoriosi. Solo dopo aver visto un televisore acceso da una finestra si era reso conto che la scienza nazista aveva ottenuto una vittoria ben peggiore su di lui: settanta anni lo separavano dalla sua vita precedente.
Rubò, vestiti e scarpe ai montanari e una miracolosa radio che stava nel palmo di una mano. Con quella scoprì la nuova Italia, la libera repubblica che aveva sognato era una nazione meschina, cinica e indifferente. Camminò per settimane incurante delle persone che lo scambiavano per un accattone, sino a che la polizia italiana non lo fermò. Lui si finse uno smemorato e lo credettero. In fondo parlava un buon italiano, persino il dialetto delle Alpi. Si chiesero quali vicissitudini avesse visto quel povero corpo martoriato. Ricevette una nuova identità e qualche soldo.

Orso non aveva perso tempo: era tornato nei boschi dove un tempo si rifugiava la sua brigata e recuperato una cassetta con l’oro paracadutata degli inglesi per sostenere la guerra partigiana.
Servivano soldi per le nuove battaglie. Ma non avrebbe usato le armi dei partigiani: i vecchi Sten ormai erano inutili pezzi di ferro arrugginito. Orso aveva deciso di colpire i simboli senza usare le pallottole.

Il primo obiettivo sarebbe stato quel calciatore, l’idolo dei tifosi, che andavano in delirio tutte le volte che salutava la curva con la mano tesa.
Per questo l’aveva stordito in un parcheggio.
Voleva colpire la sua mente.
Ma evidentemente c’era poco da colpire.
Il calciatore aveva smesso di dondolarsi e si era già addormentato. Quello era il segnale della resa al “generale inverno”. Un sonno dal quale nemmeno un alpino si sarebbe più svegliato. Orso bestemmiando si caricò il calciatore sulle spalle e si diresse verso la porta della cella frigorifera. L’avrebbe scaricato lì fuori, in quella tiepida serata di maggio, in una cunetta. Forse quell’idiota, una volta sveglio, si sarebbe ricordato dello strano sogno. Forse no, forse avrebbe continuato le sue mossette da fascistello allo stadio.

Ora che tutto era finito, Orso si sentì svuotato e impotente. La sua guerra sarebbe stata più difficile di quanto aveva immaginato.

Salvatore Mulliri

Grafico, designer e webmaster di questo sito, il suo riferimento è Karel Thole, leggendario disegnatore delle copertine di Urania. Scrive racconti per giustificare le bizzarre illustrazioni che realizza da sempre.