Su Ibsia, il quinto pianeta di Deneb, è assolutamente vietato l’uso di bevande allucinogene, così non c’è mai stato molto da fare. Io e il Grend eravamo stufi di musei e gallerie d’arte delle quali non capivamo un accidente, perciò non sapevamo dove sbattere la teste così domandai all’AI dell’albergo cosa ci fosse di notevole nei dintorni. Lei, un’Empa-six un po’ vecchiotta ma molto socievole, ci disse che non si  aveva visto niente di Ibsia se non si andava a fare visita a Dio.

Diedi una botta al traduttore universale, convinto che si fosse guastato.

Visto che sembrava tutto normale risposi che no, grazie no, non eravamo interessati ad esperienze mistiche che non provenissero dalla contemplazione di una bottiglia vuota di distillato di carote gioviane. Lei sorrise con l’aria di chi la sa lunga e ci disse che non si trattava di niente del genere.

D.I.O. stava per Determinante Iniziatore dell’Omniverso

A quanto pare una leggenda locale diceva che D.I.O dopo aver creato questo continuum, vedendo il male che aveva creato, ne era rimasto talmente impressionato che aveva deciso di cancellarsi la memoria per non prendersi la responsabilità del misfatto. Dopodiché s’era trasferito su Ibsia per il clima gentile e la popolazione pacifica, ma sotto forma di un gigantesco gasteropode erbivoro e dal guscio azzurro. Una specie di lumacone gigante che, ogni tanto, sollecitato dalle domande dei visitatori, aveva il barlume di qualche ricordo risalente al suo passato di creatore di universi.

In ogni pianeta di questa galassia c’è una leggenda simile. Su Eta Carinae, Dio è un iceberg gigante che non si scioglie mai, su Bribanti 2 una montagna dove il vento perenne produce strani rumori, su Terra è un palazzo con una cupola enorme. In ogni caso non c’era di meglio da fare così io e il Grend ci mettemmo pazientemente in fila per vedere l’attrazione locale.

Davanti a tutti, sul prato, giganteggiava l’enorme lumacone dal guscio azzurro che ruminava erba e zufolava un allegro motivetto. Si interrompeva solo per rispondere alle domande dei visitatori.

Prima di noi c’era un gruppo di arturiani in vacanza. Odio gli arturiani con quel  modo di fare sempre sopra le righe. Ridono di tutto e tutti perché i soldi ce li hanno loro. Si sentono tanto fantastici solo perché sono seduti su una specie di palla di materiali preziosi. Anche quella volta non smentirono la loro fama di arroganti maleducati. Facevano olografie di sé stessi e commentavano a alta voce come se fossero in visita a uno zoo e noi gli animali, le strane e esotiche creature da far vedere a casa nei loro cubi di memoria.

Finalmente arrivò il loro turno e cominciarono subito a dileggiare il lumacone gigante.

– Perciò tu saresti il creatore. Ma ti sei visto? Sei la cosa più schifosa che hai creato.

E giù tutti a ridere con i loro rotondi testoni bianchi che sussultavano.

Ad un certo punto il lumacone smise di zufolare e disse:

– Arturiani? Mi ricordo di voi. Dovevate essere una specie di transizione e lasciare il vostro pianeta a quei simpaticoni di delfini intelligenti.

– Gli Xobl? – domandò un arturiano incredulo. – Noi ce li mangiamo gli Xobl.

Mentre gli arturiani ridevano come matti il lumacone riprese a zufolare, ma s’interruppe nuovamente:

– Accidenti non mi ricordo più il motivetto che causava l’estinzione degli arturiani antropoidi. Era in do o in mi-bemolle? Ah, ecco…

Zufolò tre o quattro note e tutti gli arturiani caddero stecchiti. Morti e rigidi, bianchi come pupazzi di cera.

– Dovevate chiedermi qualcosa? – Chiese il lumacone gigante guardando me e il Grend con i suoi grandi occhioni dolci montati su appendici mobili.

– Niente che non possa essere rimandato alla prossima occasione, – risposi e salutai cordialmente.

Io e il Grend partimmo immediatamente. Facemmo una fortuna vendendo appartamenti vuoti e licenze minerarie su Arturo VI.

Salvatore Mulliri

Grafico, designer e webmaster di questo sito, il suo riferimento è Karel Thole, leggendario disegnatore delle copertine di Urania. Scrive racconti per giustificare le bizzarre illustrazioni che realizza da sempre.