Solo acqua. Acqua a perdita d’occhio. L’idroscivolante sfrecciava rombante sullo specchio d’acqua che qualche anno prima era stato l’area tra Bagnoli di Sopra e Agna. Sino alla grande diga di Bergamo la Pianura Padana era un’unica distesa d’acqua che arrivava all’Adriatico. Anzi, si litigava ancora se quello non fosse già l’Adriatico. Lì dove per un paio d’anni era fiorita e subito appassita la Repubblica Federale del Nord. Lo scafo d’alluminio sobbalzava sulla superficie appena increspata dell’immenso acquitrino. Il pilota sapeva il fatto suo, seguiva la rotta sul GPS e ogni tanto quando qualcosa spuntava dall’acqua – spesso un campanile, a volte un Autogrill – gridava:
«Agna. Questa è Agna. Non manca molto, signor Ispettore. 

I due Marine della Brigata Rapida,nei posti accanto al pilota, sembravano due idoli alieni dalla testa d’insetto a causa dei caschi multifunzione. Le tute di polimero automimetico si erano assestate su un  grigio uniforme. Indistinguibili dal deserto d’acqua che ci circondava e in armonia col mio umore di burocrate triste, svegliato troppo presto senza un caffè.
Davanti all’idroscivolante apparve la nostra meta: quello che rimaneva dell’Enclave RepNordista di Cona. Altisonante titolo per un ammasso di miserabili catapecchie tenute sopra il livello dell’acqua da alcuni vecchi tralicci dell’alta tensione.
Qualche mese prima alcuni irriducibili si erano asserragliati laggiù rifiutando lo sgombero e sparando a vista, nonostante le ostilità fossero finite con la resa della Giunta del Nord e l’arresto dei capi della RN . Quando quei fessi di Cona erano riusciti ad abbattere un elicottero  di soccorso della Brigata Europea, i militari s’erano incazzati e avevano mandato qualche veterano senza senso dell’umorismo e troppe munizioni.
Persino da quella distanza si vedevano i grossi buchi lasciati dai cannoncini dei convertiplani. Non era rimasto molto: due container utilizzati come ripari dai sopravvissuti alla guerra del 2028 e alla grande Onda del 2029.
Il generatore eolico era piegato e con le pale accartocciate, ma da un container usciva un filo di fumo e su un pilone sopravvissuto penzolava ancora la bandiera verde raggiata di bianco della Repubblica Padana.

Di fronte a quel lurido vessillo, per un riflesso automatico, i due Marine tolsero le sicure e misero il colpo in canna. Uno di loro durante tutto l’avvicinamento osservò attentamente le baracche attraverso il mirino telescopico del fucile, poi diede indicazioni al pilota dell’idroscivolante. Il mezzo fece un giro completo del gruppo di palafitte. Ci preparammo all’attracco e ad un certo punto mi resi conto che era rimasto solo un soldato a bordo. L’altro doveva essersi buttato fuori bordo con tutto l’armamentario. Fatti loro. Non mi ero mai immischiato su come i militari gestivano  la faccenda.

Quelli della Brigata Rapida conoscevano bene le tecniche di guerriglia  dei RepNordisti, li avevano combattuti per troppo tempo. Avevano imparato a loro spese che non c’erano regole e niente prigionieri.  
Ci accostammo a quello che doveva essere il pontile del gruppo di palafitte, accanto a una vecchia barchetta di resina. Appena il motore fu spento alzai lo sguardo sulla baracca più vicina e solo allora mi resi conto della presenza di qualcuno. Sull’uscio c’era una donna bionda vestita con qualcosa un tempo bianco: un incongruo e logoro completo da sci. Ci teneva sotto il tiro di un lanciarazzi russo:

«Andate via!» gridò. «O vi faccio saltare in aria.»

 Il marine rimasto a bordo sembrava calmissimo mentre inquadrava la donna nel mirino, incurante del razzo esplosivo puntato sul proprio inguine.
«Signora, sono un Ispettore del Governo Provvisorio dovrei solo consegnarle un documento. » le dissi, cercando di distrarla.
«Vada via…»
Non riuscì a finire la frase, ci fu un rapido movimento alle sue spalle e l’RPG volò in acqua.

Il marine, modulò il colore della tuta che passò dal colore del cielo al solito grigio scuro e ricomparve come per magia. Spinse a terra la donna puntandole il fucile in faccia.

Non c’era voluto molto.

Quello rimasto a bordo, con due salti fu sulle palafitte e fece un giro dei container. Dopo un po’ ricomparve col fucile abbassato, segno che non c’erano altri ribelli in giro.
«Solo due mocciosi,» disse asciutto.

Con la donna finalmente  immobilizzata, mi azzardai a fare  un giro delle catapecchie: in una c’erano una bambina di circa cinque anni e il fratellino più piccolo,  biondissimi come la mamma, nascosti dietro un lettone di stracci. In un altro ambiente puzzolente c’era la misera cucina, poco più di un braciere con sopra un pentolone, dentro il quale bolliva qualcosa dall’odore ripugnante. Il terzo cubicolo, ricavato da una vecchia cella frigo, attirò la mia attenzione. C’era una specie di altare con candele, bandiere e fiori di plastica. Al centro una fotografia.
Un allegro contadinotto con la zazzera bionda, sorrideva felice, orgoglioso della sua camicia verde e del suo AK47. Alle sue spalle s’intravedeva una casa in stile alpino. Su un logoro cuscino rosso c’era  una medaglia ossidata e una bandiera stracciata.

La donna doveva essere la moglie di un guerrigliero RepNordista morto nelle scaramucce del ’28.  Rimasi per un attimo ad esaminare il faccione sorridente della foto. Ci voleva molta fantasia per immaginare uno così impegnato a commettere crimini di guerra.

Eppure erano stati in tanti come lui.
Persone normali, con una vita qualunque.
All’improvviso quella gente del nord era impazzita e se l’era presa contro persone inermi che cercavano solo rifugio e un po’ di terra asciutta sotto i piedi. Forse era stata colpa delle migrazioni causate dall’innalzamento dei mari. Forse era stata colpa della crisi economica che ne era conseguita, o che c’era già ma era diventata sempre peggio. In pochi anni quelle persone normali – impiegati, contadini, operai – erano diventati gli aguzzini nel campo di Bergamo, o i carnefici nelle camere di tortura a Dalmine. O quelli che guidavano le chiatte della morte nell’Adriatico. Un colpo alla nuca e un tuffo legati a un sacco di ghiaia.

Il marine mi raggiunse: «Ho messo le cariche. Un’ora…»
«Prenda i bambini e li porti sull’idroscivolante,» gli ordinai con quel tono secco che piace tanto ai militari. 
Il soldato annuì, ma aggiunse: « Lei non verrà mai con noi.»

«Solita procedura. Le lasci abbastanza benzina per sua barca. Il tanto raggiungere il terrapieno di Bagnoli di Sopra. Se vorrà rivedere i suoi figli dovrà lasciare questo posto.»

Poi presi dalla cartella il mandato. Mi avvicinai alla donna seduta sul pontile, con le mani legate dai lacci di plastica. Lei era impegnata a sputare sulla visiera, diventata a specchio, dell’altro marine che le stava bloccando i piedi per impedirle di alzarsi.

Mi avvicinai alla donna in modo da metterle sotto il naso il documento, usandolo a mo’ di scudo contro gli spruzzi di saliva e recitai la solita formula:

«Con questo documento sono autorizzato ad utilizzare ogni mezzo per sgomberare quest’area e accompagnare i minori ivi presenti nel più vicino centro di raccolta profughi delle Nazioni Unite. Lei deve sgomberare il sito entro un’ora in quanto il luogo è soggetto a demolizione. Porteremo i due minori con noi. Li potrà rivedere nell’ufficio di registrazione del Campo ONU di Bagnoli di Sopra.
Ha capito quello che le ho detto signora? Faremo saltare tutto in aria entro un’ora.»

La donna smise di sputare e mi guardò attonita: «I miei bambini… non potete portarli via.»
«E’ la procedura, signora. Non si preoccupi saranno accolti con umanità e vaccinati.» dissi, cercando di fare un sorriso rassicurante.

La donna guardò il mandato tra le mani legate come se fosse qualcosa di osceno, poi iniziò a singhiozzare.

Uno dei marine le mise una tanica di benzina vicino, poi entrò nella stamberga. Ne uscì con i due marmocchi urlanti  e scalcianti.
La donna li seguì con lo sguardo mentre i due ragazzini venivano caricati sull’idroscivolante. Teneva ancora il foglio tra le mani, e lo agitava mentre piangeva, come se con quello potesse magicamente cambiare le cose. Diedi al marine l’ordine di tagliarle i lacci non appena fosse  stato acceso il motore dell’idroscivolante.

Come fummo pronti a partire  il marine estrasse il pugnale e tagliò i lacci, ma la donna rimase dov’era, muoveva appena la testa come se stesse leggendo il mandato. 

Quando il soldato fu a bordo, mollammo gli ormeggi. Sentendo il rumore del motore la donna parve risvegliarsi. Scattò in piedi e corse verso l’idroscivolante che stava già flottando ad una certa distanza dal molo.

«Teruuun… Teruuuun.» riuscii a sentirla gridare nonostante il motore.  Sembrava l’urlo di un animale agonizzante.
«… Teruuuun… Teruuun!»

Doveva aver letto tutto il documento, sino in fondo,  dove c’era il timbro e la firma:  “Ispettore delle Palafitte – Dr. Alvaro Di Napoli”. Il sottoscritto.

Marco Pagot

Ha studiato lingue orientali, è esperto di cucina giapponese e ikebana. Da sempre appassionato di anime, manga e fantascienza cyberpunk, pubblica racconti di fantascienza dall’età di diciassette anni. Il suo vero nome assomiglia a quello del protagonista di un film Miyazaki ma è solo una coincidenza.