Cosmin era uno scienziato tranquillo, uno non si faceva notare, uno di quelli  che hanno ogni tanto intuizioni brillanti, ma non troppo spesso e senza la personalità di quelli che se ne prendevano sempre il merito. Era felice così: con il suo lavoro metodico e senza picchi di ingegno, consapevole del suo contributo importante ma mai  essenziale.

Era fatto così: non protestava mai e non disse niente nemmeno quando lo spedirono a sorvegliare la singolarità gravitazionale  che ruotava intorno a X-1 Cygni, su una stazione spaziale scalcinata, senza nessuno con cui parlare a parte i computer obsoleti.

Per un po’ riuscì a lavorare poi cominciò a passare tutto il suo tempo davanti all’oblò che era sempre rivolto verso il buco nero.  Anche se non c’era molto da vedere: quello che c’era dall’altra parte del vetro corazzato era solo notte.

Il professore era  misteriosamente attratto – come ogni cosa in quella parte dell’universo – da quella tenebra così profonda e inaspettata, nonostante conoscesse a memoria le equazioni che la definivano.

Niente stelle. Niente nubi gassose. In quella direzione dello spazio non c’era niente da vedere se non il vero nulla, che nella fattispecie non significa solo assenza di luce, ma anche tempo che smette di avere senso e spazio che subisce la sua paradossale, ma indiscutibile presenza.

Era tutto chiuso in quel punto fermo, geometricamente perfetto, sintatticamente conclusivo.

Certi giorni era come se quel buio gli parlasse, attirando la sua attenzione con i rari lampi di radiazione provenienti dalla materia che collassava nella singolarità. A quei bagliori seguivano lunghe frasi oscure. Dolci parole vellutate, periodi di tenebra che lo sedussero:

“Figlio mio, sei caduto nell’illusione della luce. Il giorno è solo un lampo, un fenomeno locale, perché come tu ben sai l’eternità è oscura ed è ovunque. Quest’universo è solo un fugace contrappunto alla notte perfetta che non sarà mai più turbata dall’alba quando giungerà vittoriosa. Cessa di godere di questa scintilla e abbracciami come fecero i tuoi avi.”

Il professor Cosmin Olteanu, di antiche ascendenze transilvane, fu recuperato alla scadenza del mese nella stazione in totale abbandono. Cantava a squarciagola completamente folle. Si era strappato gli occhi con le sue stesse mani.

A chi lo ritrovò disse: “Per non vedere la notte.”

Salvatore Mulliri

Grafico, designer e webmaster di questo sito, il suo riferimento è Karel Thole, leggendario disegnatore delle copertine di Urania. Scrive racconti per giustificare le bizzarre illustrazioni che realizza da sempre.

1 Comment

  1. Straziante, seraficamente straziante

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