Il racconto letto da Maddalena dal suo blog “Parole Incontrate“.

Trovai l’orientale vestito da bonzo tibetano semiassiderato dietro un cassonetto sotto casa mia, intravidi la sua testa rasata sotto il mucchio di sacchetti che si era accumulato dopo lo sciopero degli addetti. Qualcuno aveva pestato a sangue quel poveretto fino all’incoscienza. Sarà stata colpa dell’atmosfera natalizia, immagino, ma soprattutto della mancanza di senso dell’umorismo degli spacciatori che avevano occupato il fetido vicoletto accanto. Non sono un grande esperto di bonzi, ma quello mi sembrò autentico: aveva il cranio rasato, i lineamenti asiatici, non era giovane né vecchio come appaiono talvolta gli orientali di mezz’età, ed era magrissimo, però di quella magrezza senza fragilità come quella dei camminatori di montagna. Senza dire una parola lo caricai in macchina, mi diressi subito al pronto soccorso in mezzo al traffico e all’inquinamento causato dalle troppe automobili per strada. L’atmosfera era deprimente, tutti avevano la mascherina e cercavano di approfittare di quella pausa nei contagi accalcandosi nei negozi per lo shopping natalizio. La pandemia che da tre anni ritornava sempre più virulenta anche quest’anno non voleva mollare la presa e continuava a seminare morti. Per precauzione presi una mascherina chirurgica dal cruscotto e la feci indossare al poveretto che non ebbe la forza di protestare.


I medici non rimasero molto impressionati: dopo la medicazione il mio bonzo già sembrava appartenere più a questo mondo che all’altro. Uscì dall’infermeria avvolto in una pesante coperta e una tazza di tè bollente in mano. Un paio di cerotti gli coprivano il cranio facendolo sembrare il pugile suonato che ha perso il suo ultimo incontro con uno più grosso e con regole tutte sue sull’uso di pugni di ferro. L’infermiere che lo accompagnava gli chiese se volesse denunciare i suoi aggressori. Ma l’uomo fece segno di no, mi riconobbe e mi raggiunse. Sopra la mascherina filtrante il suo sguardo aveva l’aria un po’ divertita. « La trovo meglio ora. Come si sente?» dissi ma stavo già pensando ai regali da Natale che non avevo potuto fare a causa di quel contrattempo.
«Non era ancora il mio momento, evidentemente», rispose in buon italiano. «Grazie per avermi salvato. Lei è un uomo buono.»
«Dovrebbe parlare con la mia ex-moglie. Le farebbe cambiare idea. Mi diceva sempre che ero una persona orribile e urlava per farlo sapere a tutto il palazzo. Piuttosto: le serve un passaggio?»
«Grazie, lei è molto gentile.  Devo raggiungere i miei confratelli», e mi indicò il luogo dove si teneva l’ennesima conferenza interreligiosa per la pace nel mondo e balle varie. Ripercorremmo le strade rumorose e frenetiche, a passo di lumaca nel traffico caotico, tra i palazzoni oppressi dal cielo grigio e dalla pesante cortina di smog invernale. C’erano poche luminarie in giro perché in realtà c’era poco da festeggiare.
Durante il tragitto il bonzo sembrò più interessato a me  che a quello che ci circondava: mi chiese della mia vita, del mio lavoro, delle mie passioni. Mi domandò se avessi dei figli.
«No, niente figli, troppo lavoro. Forse non ho trovato la persona giusta e magari questi non sono i tempi giusti per averne », risposi indicando eloquentemente la squallida periferia e i passanti che indossavano tutti le mascherine per non diffondere il terribile virus: erano l’unico tocco multicolore in quel Natale grigio e stanco.
Il bonzo s’interessò persino del mio diabete e della mia ex-moglie. Pensai che fosse colpa dei postumi delle botte in testa, degli antidolorifici o del sollievo di ritrovarsi ancora vivo. Risposi educatamente a quella sfilza di domande. In realtà mi sentivo un po’ strano a raccontare di me. Di solito non sono così loquace, soprattutto con gli sconosciuti.  Quando arrivammo davanti al palazzo della conferenza il bonzo fu accolto festosamente da altre persone vestite come lui e che sembravano essere lì in attesa. Dagli sguardi si capiva che erano preoccupati ma allo stesso tempo sollevati nel vederlo.
Prima di congedarsi il bonzo mi porse un piccolo involto di lana che teneva nascosto chissà dove. Mi disse:
«Con me non ha mai funzionato, lei però ha il Karma giusto. Lo faccia ruotare davanti a una fonte di luce; quando me lo donarono mi dissero che sarebbe apparso un mondo migliore. Chi me lo diede credeva che ci fossero molteplici mondi nel divenire del Samsara e quest’oggetto mostra il mondo migliore più prossimo al nostro. Lo tenga lei. Grazie di tutto.»


Presi l’involto un po’ imbarazzato, lui mi tenne le mani per un attimo, poi con un breve inchino mi salutò e si allontanò con i suoi compagni.
Non lo vidi mai più.
Arrivato a casa, per curiosità, aprii l’involto di lana. All’interno c’era un cristallo sfaccettato montato su un piccolo manico di legno. Aveva l’aria antica. La lavorazione del manico era un po’ approssimativa e appariva piuttosto consumato, come se fosse stato fatto girare innumerevoli volte e da innumerevoli mani.
«Che ho da perdere», dissi a me stesso, vagamente divertito dall’idea di un mondo dove non arrivavano le bollette della luce pochi giorni prima di Natale e dove i poveri bonzi tibetani non venivano lasciati sanguinanti dietro ai cassonetti per essere sommersi dai sacchetti di immondizia.
Chiusi le finestre che davano sullo squallido cortile interno del palazzo. Un quadrato di cemento sempre ingombro di rifiuti e carcasse di motorini rubati che tutti evitavano a causa dei topi.
Accesi una stearica e, circondato dal buio della piccola stanza, cominciai a ruotare il manico col cristallo davanti alla fiamma.
L’unica cosa che riuscii ad ottenere fu un carosello di riflessi variopinti sulle pareti del mio monolocale. Per carità: erano bellissimi e per un po’ mi sembrò di tornare il bambino che giocava col caleidoscopio della nonna, però finii per sentirmi  un po’ scemo.


Riaprii le finestre e il mondo non era cambiato.
Il disordinato soggiorno del quadrivano era sempre lo stesso. Anche all’esterno niente sembrava avesse un aspetto migliore: i brutti generatori eolici dei palazzi vicini ruotavano lentamente sotto il sole di quell’inaspettato dicembre un po’ troppo primaverile. Aspirai: ancora quell’odore di concime organico che proveniva dalle aiuole due piani più sotto. Da settimane quella puzza infestava il cortile rendendo ogni giorno un po’ meno signorile il nostro palazzo. Persino Gli alberi avevano un’aria sofferente perché il giardiniere non si faceva vedere da settimane. Oltre l’arco dell’ingresso le macchine elettriche sfrecciavano senza posa nella strada principale con il solito fastidioso ronzio. Tra gli alberi del cortile imperversava la solita banda rumorosa di ragazzini e tra loro quello che gridava di più era mio figlio Alex. Ancora non mi spiego quel suo vizio di urlare sempre, a differenza di me e sua madre che non alziamo mai la voce nemmeno quando litighiamo.  Accesi la televisione con un ultimo barlume di speranza, ma il mezzobusto annunciò le stesse notizie che tenevano banco da un paio di settimane: l’economia stentava a riprendere dopo la fine della pandemia e non ci sarebbero stati tanti soldi da spendere. Poi c’erano le solite novità solo un po’ meno deprimenti sulle complicate elezioni del nuovo presidente della Repubblica Federale Europea e i problemi amorosi tra i componenti della missione internazionale su Marte.
Uscii di casa deciso a buttare nel cassonetto lo strano cristallo prima che tornasse mia moglie e mi prendesse in giro per la mia ingenuità.  Mi fermai interdetto: in città i cassonetti erano spariti da almeno tre anni grazie ai riciclatori miniaturizzati di quartiere. Lo ricordo bene perché era lo stesso anno in cui mi misero il bioimpianto per produrre l’insulina e che mi ha guarito. Sorrisi per quella inspiegabile dimenticanza.

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