Corro, la città sembra deserta, ma ci dev’essere qualcuno. Mi sembra di sentire delle voci dietro un angolo. Tutte le volte che raggiungo il luogo dal quale mi sembrano provenire non trovo niente.
In un negozietto di falafel le teglie con le polpette fumanti non mi attraggono, non ho fame. Mi affascina piuttosto la sigaretta lasciata accesa su un portacenere d’alluminio sul bancone. Mi fermo ad osservare le spire di fumo che salgono verso il soffitto senza che nessuna corrente d’aria ne interrompa la fluida scultura.
Dove sono tutti?
Corro.

Sento l’impulso di correre, di andare incontro a qualcuno. Vorrei trovare qualcuno. Non ne so il motivo. Vorrei mischiarmi a una folla. Ma le strade sono vuote.
Ho la sensazione che la città si svuoti appena oltre il mio raggio visivo. I suoni che mi sembra di sentire, è come se fossero appena sotto la soglia dell’udibile. Ma sono sicuro che ci sono, quelle voci. Tacciono appena arrivano alla portata del mio orecchio.
Corro.

Dietro il prossimo angolo troverò qualcuno. Mi sembra di cogliere un movimento. Appena oltre il campo visivo.
Corro.

Ho qualcosa in mano. E’ il pendaglio di una catenina. So che è a forma di caravella. Una nave antica d’oro. Non ho tempo per guardarlo, ma continuo a stringerlo.
Corro.

Ho bisogno di trovare qualcuno. Soffro. So che succederà qualcosa di terribile se non lo trovo.
Corro.

C’è qualcosa di sbagliato, ma non ricordo cosa. Entro nelle case, sbatto le porte, salgo sugli autobus abbandonati. Ogni luogo è deserto. Appena abbandonato. Perché mi hanno lasciato da solo? Dove sono tutti? Un dolore terribile mi squassa il petto, ma devo continuare a correre.
Corro.

Devo trovare qualcuno…

«Rabbi Moscowitz, questo è il progetto per il quale è stato chiesto lo stanziamento segreto alla Knesseth,» disse l’ufficiale del Mossad mostrandogli il cilindro di acciaio inossidabile; era una specie di pentolone coperto di brina, dal quale uscivano tubi e cavi collegati a  una serie di monitor illuminati dai grafici multicolori.
«Tutto è nato dal fatto che dopo ogni attentato suicida trovavamo sempre la testa dell’attentatore quasi intatta. Dipende dalla modalità dell’esplosione: quando salta il giubbotto imbottito di dinamite il resto del corpo finisce in brandelli, ma la testa schizza in alto come un tappo di champagne. Qualcuno ha pensato che se fossimo stati abbastanza veloci nel recuperarla e metterla in condizioni di stasi criogenica saremmo  riusciti anche a conservare una certa carica elettrica residua nel cervello. Così ci venne l’idea di mettere la testa nell’azoto liquido con dei campi magnetici per il confinamento delle cariche elettriche, come se fosse un super conduttore a bassissima temperatura. Nel frattempo potevamo mandare nel sistema delle ben note matrici di pensiero sintetiche che simulassero una condizione di benessere, in modo che l’attentatore pensasse di aver raggiunto il suo “paradiso”. Il nostro obiettivo era farlo parlare, ovviamente tramite schemi di pensiero, non fisicamente. Lui avrebbe pensato di avere un’amabile conversazione con il proprio dio. Chi può tacere di fronte alla propria divinità? La teoria è perfetta però…»
«Però?»
«Però ancora non funziona. Le menti degli attentatori ignorano gli impulsi esterni. Entrano in un loop ciclico di sofferenza estrema. Non reagiscono alle matrici di pensiero sintetico. Come se fossero completamente immerse in un proprio incubo personale dal quale non riescono più ad uscire. Con la nuova attrezzatura confidiamo di riuscire a ottenere risultati migliori.»
«Adesso sta soffrendo?»
«Si, non ha raggiunto ancora il culmine. Ma è vicino all’apice. Vede questo grafico? E’ un semplice encefalogramma, all’inizio è quasi normale, poi s’impenna indicando un profondo malessere. Raggiunge l’acme, crolla di colpo. Poi ricomincia.»
«E’ peggio di quanto immaginassi…» sussurrò Rabbi Moskowitz asciugandosi il sudore dalla fronte, poi si rimise il cappello nero e apparve più risoluto. «Questa barbarie deve finire, stiamo condannando queste menti ad un inferno artificiale. Nessun essere umano si merita questo. Ho con me l’autorizzazione del Parlamento. Questa sperimentazione deve cessare per sempre. Immediatamente.»
L’ufficiale fece per protestare, ma sapeva che quell’ometto era potente, conosceva tutti gli uomini politici e gli alti ufficiali che appartenevano alla sua cerchia. Quando Rabbi Moskowitz ordinava, non c’era da discutere. Bisognava eseguire. Immediatamente.
Gli sembrò quasi che fosse un altro a spegnere tutti gli apparati mentre mandava in fumo tre anni di studi e di esperimenti straordinari.
Sconsolato vide tutti i monitor indicare una linea piatta. Uno ad uno.

Qualcuno in lontananza. Finalmente. Sembra una persona conosciuta. E’ mio cugino Yussuf. Caro Yussuf. Tutti l’avevano dato per morto anni prima in Afghanistan. Con lui c’è una ragazza. Mi ricordo di lei. Era la ragazza con il medaglione a forma di caravella. Quello che ora stringo in mano. Ricordo l’ultima volta che l’ho vista. Era una bella giornata di maggio, alla fermata degli autobus. Lei mi aveva sorriso. Avevo notato la medaglia con la nave a vela un istante prima che la luce invadesse il mondo e un terribile dolore mi squarciasse il petto. Luce. Dolore.
– Ehi Ahmed – mi dice Yussuf sorridendo, costringendomi ad abbandonare quei ricordi confusi – Ti stavamo aspettando. Dov’eri fin…

Rabbi Moskovitz uscì dal laboratorio, all’aria aperta. Avrebbe voluto pregare, ma non ci riusciva da quella mattina di maggio. Il giorno che sua nipote Miriam era saltata in aria a causa di un attentatore suicida, alla fermata dell’autobus.
Aveva riconosciuto il corpo martoriato di sua nipote solo grazie a quel medaglione a forma di caravella che ora gli stava facendo sanguinare il palmo della mano, tanto lo teneva stretto.

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Tadako Okada

In un’altra vita produttrice di manga e sceneggiatrice. Da otto anni vive in Italia in una città sul mare della quale adora la cucina tipica e la totale assenza di eventi sismici. Disegna acquarelli di gabbiani e il suo nome letto in un certo modo diventa un palindromo

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